Giulio Albanese

Africana

Somalia, sempre in cerca di soluzioni per la pace

25 Febbraio Feb 2012 1349 25 febbraio 2012
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La Conferenza internazionale sulla crisi somala, svoltasi giovedì scorso a Londra, ha confermato una triste verità. Quanto sta avvenendo da quelle parti si configura come la principale emergenza umanitaria oggi in atto nel mondo. E tale rimarrà fin quando non si realizzerà fattivamente una mobilitazione internazionale con un coinvolgimento diretto di tutte quelle componenti locali che hanno un’agenda somala. Sta di fatto che alla Lancaster House di Londra, a parte i proclami e le analisi autoreferenziali dei rappresentanti di una quarantina di governi e delle più importanti istituzioni internazionali, la principale decisione presa a Londra è stata l’istituzione di un consiglio congiunto di gestione finanziaria denominato Joint Financial Management Board (Jfmb), un nuovo meccanismo di monitoraggio per assicurare maggiore trasparenza nella gestione delle entrate, inclusi gli aiuti internazionali, da parte delle autorità somale e delle agenzie dell’Onu. Dal canto loro, gli Stati Uniti, per bocca del segretario di stato Hillary Clinton hanno fatto sapere che incoraggeranno la comunità internazionale a imporre sanzioni nei confronti di chiunque interno o esterno al governo federale di transizione (Tfg), intenda minare la pace e la sicurezza in Somalia. Non è invece passata la proposta, avanzata dall’esecutivo somalo, di effettuare blitz aerei, fortemente osteggiata da Washington. Se da una parte si sta gradualmente affermando la convinzione che la diplomazia debba prendere il sopravvento sulle operazioni militari, dall’altra vi è ancora una forte divergenza sul modello di architettura politica da instaurare nel tormentato Paese africano. Occorre sicuramente finanziare e garantire i servizi primari e al contempo a neutralizzare le milizie estremiste, a partire da quelle radicali islamiche di al Shabaab, protagoniste dell’ultima fase del conflitto somalo, quella dell’insurrezione contro Tfg guidato dal presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed . Al tempo stesso è però necessario coinvolgere in un processo di pace e di ricostruzione non solo il Tfg, ma anche altri gruppi che hanno l’effettivo controllo del territorio e potenziare l’Amisom, la missione dell’Unione africana in Somalia. Come già scritto su questo Blog, negli ultimi tempi, alcuni progressi in questo senso ci sono stati. Ad esempio, l’incontro avvenuto lo scorso fine settimana tra il presidente Ahmed e i leader delle regioni semiautonome del Puntland e del Galmudug. È stata raggiunta un’intesa per trasformare la Somalia in uno Stato federale, con Mogadiscio capitale, e per un nuovo parlamento, con una camera bassa con metà dei deputati attuali e una camera alta di saggi nominati da tutti i clan somali con un coinvolgimento della società civile. Inoltre, il Consiglio di sicurezza dell’Onu, proprio questa settimana, ha autorizzato un aumento degli effettivi dell’Amisom dagli attuali circa dodicimila a quasi diciottomila, dando al tempo stesso al contingente panafricano l’esplicito mandato di passare all’offensiva contro le milizie estremiste degli al Shabaab. Sul piano politico, la risoluzione dell’Onu ingiunge al Tfg di mettere a punto la bozza della futura costituzione e i preparativi per eleggere un nuovo parlamento, entro il termine massimo del 20 agosto, quando scadrà il mandato dello stesso Tfg, che a questo punto non verrà rinnovato. Ma tutto questo non basta. Bisogna rendersi conto che la Somalia è parcellizzata in diverse zone, sotto il controllo di leader locali. Il loro coinvolgimento al processo di riconciliazione nazionale non potrà che avvenire gradualmente, partendo da quei territori che attualmente aderiscono al processo di pace, ma lasciando al contempo vacanti quei seggi in parlamento che spetterebbero a quelle zone del Paese sotto il controllo delle milizie islamiste degli Al Shabaab. Bisogna in sostanza creare, come da molto tempo sostiene pertinentemente Mario Raffaelli, ex inviato del nostro governo in Somalia, le condizioni per una graduale adesione dei soggetti esclusi, grazie ad una “convenienza alla pace”, raggiunta tramite un’auspicata efficienza amministrativa dei rappresentanti regionali e nazionali. Insomma, decidere a tavolino non basta: è necessario definire tecnicamente le tappe di un progetto che coinvolga direttamente tutti.