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Economia & Impresa sociale 

IL GATTO LA VOLPE E I BANCHIERI D’AFFARI

Un viaggio dentro la crisi guidati da un grande economista. E da Collodi

di Marco Vitale

Come Pinocchio, in tanti si sono fatti attrarre dall’idea del Campo dei miracoli,
mal consigliati da furfanti col colletto bianco. I pochi grilli parlanti assennati sono stati sbeffeggiati.
E la stampa si è limitata a fare il pappagallo, scoprendo cosa è successo, ma sempre in ritardo. Così l’economia è finita
nel paese di Acchiappacitrulli… Per uscirne, serve tempo. E una ricetta fatta di impegni duraturi
Voglio iniziare citando qualche pagina di un libro che ci fanno leggere malamente da piccoli e che invece dovremmo tutti leggere da anziani tanto è pieno di umanità e di saggezza: Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, in particolare l’episodio dell’incontro con il Gatto e la Volpe (vedi box nella pagina accanto). Sostituite il Gatto e la Volpe con i banchieri d’affari; i poveracci della città Acchiappacitrulli con tutti noi; Pinocchio con l’avidità di chi vuole arricchire facilmente che è pure tanto diffusa; il Grillo parlante con i tre o quattro economisti assennati (tra i quali mi metto anch’io) che da tempo avvertivano, inascoltati se non svillaneggiati, che stavamo andando a picchiare contro il muro; il pappagallo con la stampa che illustra bene cosa è successo ma sempre dopo ed in ritardo, ed avrete il racconto più chiaro della attuale crisi ivi compresa la morale finale.
Le crisi finanziarie si assomigliano tutte. Il meccanismo fondamentale delle stesse veniva descritto da un poeta (Ezra Pound), nel 1944, con queste parole: «L’insidia bancaria ha sempre seguito la stessa strada: un’abbondanza qualsiasi viene adoperata per creare un ottimismo. L’ottimismo viene esagerato, di solito coll’aiuto della propaganda. Le vendite aumentano. I prezzi delle terre, o delle azioni, salgono oltre le possibilità della rendita materiale. Le banche che hanno favorito prestiti esagerati per manovrare il rialzo, restringono, richiamano i loro prestiti, e il panico sopravviene».
Ma se hanno molti aspetti comuni nei loro meccanismi, le grandi crisi hanno anche delle caratterizzazioni proprie, che le rendono l’una diversa dall’altra.
Identikit di un crack
L’attuale crisi presenta le seguenti caratteristiche fondamentali:
? È una crisi endogena, tutta interna al sistema e, all’inizio, tutta interna al sistema bancario. Non ci sono cause esterne scatenanti come guerre, attacchi terroristici come quello delle due torri, inflazione selvaggia, terremoti, maremoti od altro. Si tratta di puro e semplice “mismanagement” bancario, una epidemia che ha colpito la maggior parte della congrega dei dirigenti bancari dei grandi gruppi, in modo persino difficile da comprendere come un tale “mismanagement” abbia potuto succedere in questo modo e in queste dimensioni.
? È una crisi globale. Non c’è mai stata una crisi così globale come questa, e ciò è comprensibile perché non c’è mai stata un’economia globale come la nostra.
? È una crisi di proporzioni gigantesche. Di seguito darò qualche numero per illustrare questo punto. L’ammontare delle perdite bancarie, a livello mondiale, è tanto elevato da giustificare la domanda: ma come può essere successo? I prestiti subprime Usa non sono sufficienti per spiegare l’ammontare di queste perdite. Gli ammontari in gioco sono talmente elevati che con i capitali già immessi dai vari governi per sanare le perdite bancarie sino ad ora emerse, padre Marcolini di Brescia avrebbe sicuramente costruito una casa per tutti gli americani che ne avessero bisogno. La verità è che le perdite da insolvenze di subprime sono state esaltate e moltiplicate molte volte passando da un intermediario finanziario all’altro, da un investitore all’altro. Ed ogni volta che, impacchettati in un modo o nell’altro quasi sempre incomprensibile, passavano di mano in mano, venivano effettuati prelievi a favore di questo o di quell’intermediario, che si chiamano commissioni, partecipazioni od altro, ma che, nell’insieme, hanno rappresentato un grande colossale prelievo a favore della classe dei banchieri.
Così è stato possibile che tra il 2006 e il 2007 gli stipendi dei primi 10 (dicasi, dieci!) banchieri Usa sono stati pari all’intero ammontare del piano italiano per la rottamazione delle auto (2 miliardi di euro). Il corrispettivo, a fronte di questo gigantesco prelievo, è stata la distruzione del sistema bancario. Perché di questo, e non di altro parliamo. Gli economisti accademici non amano parlare di questi problemi; hanno paura di sporcarsi le nobili mani con questi piccoli argomenti triviali. Ed invece proprio qui si annida uno dei problemi centrali, come già sostengo da molti anni e come ho ultimamente (nel 2002) illustrato nel mio libro:America. Punto e a capo. È molto preoccupante che Obama abbia scelto tra i suoi principali collaboratori economici alcuni dei principali rappresentanti della casta dei commercianti di denaro, responsabile prima del disastro.

Deflazione buona o cattiva?
Se queste sono le caratteristiche fondamentali di questa crisi, è più che giustificata la domanda centrale: accertato che la crisi tocca tutta l’economia sia quella finanziaria che quella reale e che è globale, quali sono i rischi che diventi una vera e propria deflazione (= diminuzione del valore della produzione mondiale)?
Come illustra Pierluigi Ciocca, in teoria economica si distingue tra “deflazione buona” e “deflazione cattiva”. La prima è quando i prezzi calano ma insieme e come effetto di un aumento della produzione e cioè come effetto dell’aumento della produttività (ciò si è verificato ad esempio, sempre su dati mondiali, dal 1875 al 1895). La deflazione cattiva si verifica quando la diminuzione dei prezzi coincide con una diminuzione della produzione. Questo fenomeno non è molto frequente. Si verificò nel 1833 (-9%), nel 1848 (-8%), nel 1874 (-4%), nella prima guerra mondiale (-8%), nella seconda guerra mondiale (-12%).
Il primato spetta al 1929-33, quando i prezzi all’ingrosso mondiali calarono del 40% e la produzione del 15% (30% in Usa, 15% in America Latina, 9% in Europa, 5% in Italia), e il commercio mondiale scemò di un quarto in quantità e di due terzi in valore. Dal 1950 al 2007 il Pil mondiale non è mai calato. Per il 2008 la crescita, in forte rallentamento, resta pur sempre del 3,4%.
Ma ci sarà deflazione cattiva dal 2009 in avanti? Questa è la domanda centrale oggi. Le stime ufficiali lo escludono, ma sono stime assai incerte. Al centro del tavolo c’è una grande incognita. Quante sono realmente le perdite bancarie?
Le migliori previsioni parlano oggi di 2.200 miliardi di dollari. Ma sono le stesse fonti che, inizialmente, parlavano di 500 miliardi, poi di mille miliardi (e sembrava uno sproposito). Oggi sarà affidabile la stima di 2.200 miliardi?
La domanda è decisiva. Perché la cifra è grandissima essendo pari al 16% del Pil americano (un peso più grande di quello degli anni 30), ma se la rapportiamo al Pil mondiale diventa circa il 3% (il Pil mondiale è di 65mila miliardi di dollari) ed è inferiore al 50% dell’intera capitalizzazione del sistema bancario mondiale che è pari a 5mila miliardi. Dunque, su scala mondiale la perdita resta grandissima ma, forse, gestibile.
Ma se le perdite fossero più alte? Se fossero, come qualcuno esterno alle fonti ufficiali sussurra, superiori ai 10mila miliardi di dollari? Il guaio in questo caso sarebbe molto serio. Nessuno ha per ora una risposta certa a questa domanda. Per questo tutte le persone responsabili trattengono il fiato e aspettano che questa incognita centrale si sveli.

Vie d’uscita possibili
Molti ripropongono, con ansia, la domanda: quando ne usciremo? Qualcuno parla ancora di mesi. Qualcuno parla del 2010. Io dico che nessuno può, con serietà, rispondere neanche a questa domanda. Posso solo dirvi le cose che devono succedere perché si possa verificare qualche forma di ripresa.
Nessuna ripresa seria e duratura sarà possibile:
? se non si determinano con chiarezza e affidabilità l’ammontare dei titoli tossici e delle presunte perdite;
? se non si crea un nuovo quadro di riferimento internazionale. Tutti gli equilibri (che chiamammo equilibrio di squilibri) si sono rotti. Vanno ricreati dei nuovi equilibri. Ed innanzi tutto si tratta di stabilire un nuovo patto tra Usa e Cina (Paese detentore delle maggiori riserve mondiali). Ecco perché incominciare, come ha fatto il muovo ministro del Tesoro Usa, Geithner, con un attacco alla Cina, non sembra cosa particolarmente intelligente ma piuttosto nuova manifestazione di bullismo americano;
? se non si smette di affrontare la crisi con concetti, metodi e rimedi congiunturali. Se non si capisce che siamo di fronte ad una svolta strutturale fondamentale e non ad una crisi congiunturale;
? se non cambiano alcune concezioni di fondo dell’economia e del management. La prima cosa da abbandonare è l’utilizzo del Pil come praticamente unico parametro di buona economia; la seconda è di abbandonare il principio affermatosi negli ultimi venti anni che il management deve solo creare valore per gli azionisti e ritornare, invece, all’antico principio che il management deve creare valore per l’impresa e quindi per tutti gli interessati alla stessa; la terza è di riportare i poteri neofeudali del top management e delle grandi banche alla ragione democratica (è in questa prospettiva che mi preoccupa molto che il presidente Obama si sia circondato di esponenti del neofeudalesimo bancario); la quarta è di cancellare la memoria dell’ultracapitalismo d’assalto degli ultimi venti anni di matrice americana e di riconoscere esplicitamente che l’unica concezione economica sopravvissuta con onore allo tsunami è l’economia sociale di mercato di matrice tedesca ed europea;
? se non torniamo a lavorare insieme, soprattutto in Europa, come quando abbiamo insieme costruito la nuova Europa dopo il disastro bellico, rinunciando ad affrontare la crisi in ordine sparso sia tra nazioni che tra settori produttivi; vincente e necessario il progetto di fare una grande emissione di obbligazioni europee.
? se non sconfiggiamo il partito degli “agevolisti” che l’alimentano l’illusione che i governi abbiano la bacchetta magica per risolvere la crisi a colpi di agevolazioni a questo o a quel settore;
? se non ci convinciamo che gli scarsi mezzi dei governi non devono andare a sostenere i produttori ma i salari, i disoccupati, i precari, i piccoli operatori, tutte le fasce più deboli del tessuto sociale;
? se si affronta la crisi con la falsità. E la falsità più grande è di far finta che i tassi nominali degli interessi siano prossimi allo zero, mentre il credito necessariamente scarseggia (le gigantesche perdite bancarie sono risorse distrutte e che non esistono più) e quando lo si trova è (e deve essere) sempre più caro. La politica dei tassi nominali prossimi allo zero è una nuova truffa, dannosissima;
? se non si capisce che tutto quello che stiamo facendo sta creando le basi per una nuova inflazione storica.

L’impresa faccia l’impresa
Le cose da fare dunque per uscire dalla crisi non sono misteriose. Sono però un po’ difficili da fare. Giudicate voi il tempo necessario perché tutto questo si realizzi. A me sembra che la questione sarà lunghetta. Nel frattempo le imprese non devono illudersi e perdere tempo ma devono agire con la massima determinazione per:
? innovare su prodotti e mercati perché, come è stato ben detto «ricerca e sviluppo è qualcosa di valido per tutte le stagioni»;
?abbassando di non meno del 20% il punto di pareggio;
? aumentare la flessibilità dell’organizzazione del lavoro;
? ricercare e stringere alleanze strategiche e operative;
? puntare sul cash flow, ridurre il circolante, ridurre i debiti finanziari.
E avere un po’ di buona fortuna.


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