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Giovani & Lavoro

Preparare i giovani al loro futuro: ecco come deve cambiare la formazione

23 Agosto Ago 2017 1031 23 agosto 2017
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In questi giorni si moltiplicano le proposte politiche con i giovani al centro, dalla sperimentazione del liceo breve all'obbligo scolastico fino a 18 anni fino alla decontribuzione del lavoro giovanile per 300mila nuove assunzioni l'anno. Un evergreen è la polemica sul mismatching, ovvero il fatto che le aziende offrano posti di lavoro senza trovare nessuno che abbia le competenze per ricoprirli. Ripensare la formazione è la questione cruciale per il futuro dei giovani e del Paese: un dossier sulla direzione da prendere

«Stay hungry, stay foolish»: era il 12 giugno 2005, Steve Jobs parlava ai laureandi della Stanford University e con quelle parole diede l’impronta a un’epoca. Sono trascorsi dodici anni e la fame – di futuro, di lavoro, di strappare il proprio posto nel mondo – sono entrati nel dna dei millennials. Il 25 maggio 2017 Mark Zuckerberg, parlando ai laureandi di Harvard, ha liquidato quell’invito mitologico: «Non vi sto dicendo che dovete cercare il vostro scopo: siamo millennials, lo faremo istintivamente. Trovare il vostro scopo non è abbastanza, la sfida per la nostra generazione è creare un mondo in cui ognuno senta di avere uno scopo». Questa è la prima generazione ad essere immersa in uno scenario radicalmente globale: o l’innovazione sociale sarà pervasiva o il mondo non sarà. Per questo la vera urgenza è ripartire dall’istruzione.

La prima volta: scenari

Il futuro è incerto per definizione e non è la prima volta che il mondo cambia: mai però lo ha fatto così rapidamente. «La storia è stata a sviluppo lineare, questa è la prima era a sviluppo esponenziale: la popolazione mondiale ci ha messo fino al 1940 per attivare a 1 miliardo e oggi siamo a 7», afferma Hans Van Der Loo, portavoce della EU STEM Coalition. «Le politiche però non hanno compreso questa logica. È un problema, perché la crescita infinita esiste solo nei modelli matematici, su un pianeta finito è impossibile: significa che siamo vicini al punto di rottura. L’unico contrappeso è l’innovazione. Per questo l’istruzione è la sola risposta alle sfide» (qui sotto, il video che Hans Van Der Loo ha mostrato al convegno organizzato lo scorso maggio da Cometa, per introdurre il suo intervento). Ma scuola, istruzione e formazione sono all’altezza? E come devono cambiare per esserlo? Martin Mulder, esperto di studi sull’educazione e le competenze, professore emerito all’università di Wageningen, ha appena pubblicato un volume di mille pagine sul tema, "Competence-based Vocational and Professional Education". Il passaggio dalle skills alle competenze, dal saper fare a un sapere integrato, per lui è la via per riuscire a costruire l’agognato ponte fra istruzione e lavoro: «Le competenze più necessarie saranno la capacità di gestire la complessità e l’ambiguità, il ragionamento argomentativo (non solo “come” fare, ma “perché” fare), la resilienza, il trovare l’equilibrio degli interessi. Molti dicono di voler preparare gli studenti a gestire il cambiamento in un mondo che cambia velocemente, ma non basta: i giovani devono prepararsi a trasformare la realtà, per costruire il loro futuro», afferma. Nessuno gliene regalerà uno.

Le competenze più necessarie saranno la capacità di gestire la complessità e l’ambiguità, il ragionamento argomentativo (non solo “come” fare, ma “perché” fare), la resilienza, il trovare l’equilibrio degli interessi. Molti dicono di voler preparare gli studenti a gestire il cambiamento in un mondo che cambia velocemente, ma non basta: i giovani devono prepararsi a trasformare la realtà, per costruire il loro futuro

Martin Mulder

Learning by doing

Nei primi tre mesi del 2017, una assunzione su 5 ha comportato difficoltà a reperire il personale adeguato e le indagini Excelsior ci ripetono da anni lo scandalo del mismatch. L’urgenza di costruire un ponte fra scuola e lavoro è stata recepita: l’alternanza scuola lavoro, l’apprendistato, la via italiana al sistema duale, la riforma della formazione professionale, gli ITS… Di learning by doing e work-based learning si parla molto. Nell’anno scolastico 2015/16 il 45,8% degli studenti di terza, quarta e quinta superiore hanno fatto un’esperienza di alternanza contro il 18,5% dell’anno prima. Non solo soft skills: a Galatone, in provincia di Lecce, due quarte hanno lavorato in Comune, pubblicando in formato open alcuni dati della PA. «Questa sarà la “generazione del riuso”, le competenze per trasformare i dati in servizi saranno utilissime. A Francavilla Fontana siamo a 110 dataset, mentre a Terlizzi gli studenti hanno censito 600 barriere architettoniche e una start up sta lavorando a un’app che elabori percorsi accessibili», spiega Pierfrancesco Paolicelli, formatore e consulente OpenData per la PA.

A Cometa, sulle rive del lago di Como, vanno oltre l’alternanza: il loro modello è la “scuola-impresa” (secondo una valutazione fatta dal Centro Tiresia del Politecnico di Milano, i 50 studenti strappati alla dispersione scolastica ogni anno valgono una riduzione di spesa pubblica pari a 650mila euro). Come funziona? Borsa Italiana ha commissionato alla scuola un paravento e i ragazzi hanno lavorato tutto l’anno sulla commessa: l’ideazione, i prototipi, la presentazione ai committenti, tre paraventi ora saranno prodotti e venduti. Lo stesso con una t-shirt per Bershka. «Il processo del lavoro diventa un elemento di progettazione didattica e in più l’esperienza lavorativa è utilizzata come chiave formativa: le discipline nascono per risolvere dei problemi anche se l’abbiamo dimenticato», spiega Alessandro Mele, direttore generale di Cometa, «se i ragazzi lo comprendono cambia tutto, perché diventa un confronto con la realtà. Troppo spesso la scuola è distante dalla realtà».

Un altro tassello della partita sono gli ITS-Istituti Tecnici Superiori: nati nel 2011, sono una formazione terziaria non universitaria. Il 79,1% dei diplomati dopo dodici mesi ha un lavoro, la governance è partecipata per statuto e gran parte dei docenti arriva dritta dalle aziende. «Quando le imprese segnalano la necessità di una nuova competenza, in poco tempo riusciamo a inserire un esperto e fornire il corso, nelle scuole non è possibile», spiega Maria Carla Furlan, direttore dell’ITS Turismo di Jesolo, primo in Italia con il suo 98% di allievi occupati. Web e social, revenue management, network trasversali (dalla bici all’enogastronomico), così cambia il lavoro nel turismo, ma soprattutto serve la capacità di «personalizzazione del prodotto, dal vegano al celiaco e di costruire pacchetti sempre nuovi per il cliente, lavorando con il territorio». Nicola Modugno invece è responsabile della scuola di formazione di Confindustria Umbria e direttore dell’ITS Umbria per innovazione, tecnologia e sviluppo del made in Italy. «Qui tutti nei garage hanno una piccola officina: se devi industrializzare vai in Germania, ma se devi prototipare vai in Italia. Questo resta, ma la nuova specializzazione che serve è la capacità di approcciare processi integrati complessi», spiega, raccontando di un’azienda del polo aerospace che «creerà dei gruppi di lavoro misto fra aziende, università e ITS per sviluppare un’isola 4.0: i nostri allievi saranno il team di lavoro dell’isola, con prospettive occupazionali praticamente certe».

E chi il learning by doing lo fa da sempre, come l’istruzione e formazione professionale? «Rafforzare questo sistema è la vera politica attiva per il lavoro. L’IeFP è un sistema che funziona, assorbiamo la dispersione scolastica, più del 50% dei nostri allievi a tre anni dalla qualifica ha un’occupazione, il problema è la diffusione a macchia di leopardo», spiega Paola Vacchina, presidente di Forma, l’associazione degli enti nazionali di formazione professionale. Per don Enrico Peretti, direttore generale di Cnos-Fap, realtà legata ai salesiani, «è la corretta interazione fra i due mondi a far la differenza: le aziende non devono “dettare legge” sulla formazione ma nemmeno la scuola sulle aziende. Stiamo iniziando un lavoro di rilettura delle 22 qualifiche professionali: non dobbiamo chiedere all’azienda che profili servono, ma insieme a loro capire dove ci sarà lavoro. La tecnologia non toglie il lavoro, lo qualifica: la fabbrica 4.0 sta chiedendo una intelligenza e una creatività che solo le persone possono dare».

Primi passi nella direzione giusta, ma non basta: «la scuola italiana è cambiata assai poco e comunque assai più lentamente di quanto abbiano fatto altri soggetti della vita economica e sociale. Il dibattito non ha ancora raggiunto la massa critica necessaria per spingere non tanto i decisori politici quanto il mondo della scuola ad attivare su larga scala processi e percorsi innovativi», afferma Giovanni Vinciguerra, direttore di Tuttoscuola. Ancora più duro Giovanni Biondi, presidente di Indire: «Quanto è stato fatto è giusto, ma è niente: non si è ancora toccato il modello educativo, vanno ristrutturati il tempo e lo spazio della scuola. Abbiamo insegnanti che si sono laureati 25 anni fa e non hanno avuto l’obbligo dell’aggiornamento. Sono questi i nodi da affrontare».

Il saper fare senza il sapere ci porta a fare le cose come sono sempre state fatte, perché farle così ha funzionato. In tutti i campi andremo verso la specializzazione dei saperi, è fisiologico, il problema è che questi saperi non li abbiamo fatti comunicare tra loro. Invece la realtà - sulla cui base dovremmo cercare di definire i nuovi profili professionali - è complessa e non può essere spiegata da saperi che siano esclusivamente tecnici o esclusivamente umanistici. Oggi non possiamo più accontentarci di formare tecnici e tecnologi

Piero Dominici

Saturi di saper fare

C’è un secondo motivo per cui quanto è stato fatto non basta: in un’epoca di tecnica e tecnologia spinta, dove tutti puntano sul saper fare, siamo saturi di saper fare. Non c’è nulla di paradossale, anzi è fin troppo logico: le iperspecializzazioni vengono superate e bruciate rapidissimamente e le carriere più splendide decadono dopo pochi anni. La formazione continua è una conseguenza dell’iperspecializzazione, non la soluzione. La domanda cruciale invece è: come ripensare l’educazione nell’epoca della rapida obsolescenza di competenze e conoscenze? «Il saper fare senza il sapere ci porta a fare le cose come sono sempre state fatte, perché farle così ha funzionato. In tutti i campi andremo verso la specializzazione dei saperi, è fisiologico, il problema è che questi saperi non li abbiamo fatti comunicare tra loro. Invece la realtà - sulla cui base dovremmo cercare di definire i nuovi profili professionali - è complessa e non può essere spiegata da saperi che siano esclusivamente tecnici o esclusivamente umanistici», afferma Piero Dominici, che insegna Comunicazione pubblica all’Università di Perugia. «Oggi non possiamo più accontentarci di formare tecnici e tecnologi e umanisti per i momenti di crisi: abbiamo un disperato bisogno di figure che riescano a coniugare le conoscenze e le competenze, la formazione scientifica e quella umanistica. Sapendo mantenere lo sguardo sui sistemi, sull’insieme, che non corrisponde alla somma delle parti. Nella società della conoscenza non è più sufficiente il sapere e il sapere fare: dobbiamo sapere e saper fare, ma anche sapere comunicare il sapere e sapere comunicare il saper fare. Non si tratta di giochi di parole, sono le traiettorie, indefinite e discontinue, del nostro futuro. Il problema è che nel discorso pubblico tutti parlano di interdisciplinarità, multidisciplinarità, trans-disciplinarità… ma tutto ciò è assolutamente scoraggiato nell’università italiana. Questo è il nervo scoperto, noi dobbiamo ripensare le strutture organizzative della formazione saltando le separazioni, superando le false dicotomie tra formazione umanistica e formazione scientifica, proprio perché siamo in una civiltà ipertecnologica e le implicazioni della civiltà ipertecnologica sono sociali, politiche, culturali... riguardano tutti».

Non è un caso allora che l’Alta Scuola Politecnica, che sceglie ogni anno un centinaio dei migliori talenti di Milano e Torino per dargli una formazione aggiuntiva di eccellenza, convinta che la comprensione della complessità sarà l’asso nella manica, stia puntando sulla responsabilità sociale. Mario Calderini, ordinario di Economia e organizzazione aziendale al Politecnico di Milano e vicedirettore dell’Alta Scuola, spiega che «la responsabilità sociale è figlia della comprensione della complessità. Per questo con i ragazzi lavoriamo sul ruolo delle religioni nell’innovazione, li facciamo confrontare con temi di filosofia della scienza, gli sfidiamo a dare soluzioni di riqualificazione sociale e urbana in aree disagiate, anche lontane e drammatiche. Questo allargamento trasversale delle competenze è la vera sfida».

Altri invece hanno tradotto questi ragionamenti in un nuovo mestiere, il “manager di connessione”: Riccardo Maiolini, docente alla John Cabot University e cofondatore di Italia Camp, afferma che «il 4.0 impatterà anche su ambienti insospettabili, come l’assistenza sanitaria e sociale, che fino ad oggi hanno avuto limiti di crescita dettati dal contatto con l’utenza. Quel che serve però sono persone che facciano da mediatori culturali tra i vecchi imprenditori e il nuovo mondo, soprattutto perché il made in Italy è fatto di piccole e medie imprese. C’è bisogno di orchestratori, che intermedino fra le diverse realtà affinché si crei valore dentro il sistema. Le capacità trasversali non sono retorica, sono competenze che aiutano ad essere bravi decisori e la differenza la farà sempre più il saper prendere decisioni».

Non possiamo permetterci una generazione di falliti

Se queste sono le competenze del futuro, non è mai troppo presto per impararle. Miriam Cresta è direttore generale di Junior Achivement Italia: portano nelle scuole il dispositivo della mini-impresa, sono cresciuti del 130% negli ultimi due anni. «È un percorso che aiuta ad acquisire una competenza imprenditoriale: non significa che tutti devono diventare imprenditori né creare una start up ma aiuta a diventare intraprendenti nella vita. In un contesto in cui non vale più il dire “faccio questa scuola e poi farò quel lavoro”, questa competenza è un valore, per un lavoratore ma anche per un cittadino. I giovani dovranno sempre imparare a stare dentro percorsi di cui non si sa ancora l’esito, a stare in mezzo, dove si sperimenta, facendo lavori che nemmeno il mercato sa ancora di cercare. Bisogna starci e starci senza ansia».

Confcooperative invece a inizio giugno ha lanciato Coop Work in Class, un progetto nazionale per far sperimentare ai più giovani, fin dalla scuola primaria, cos’è la cooperazione: con varie iniziative territoriali sono già stati coinvolti 11mila studenti. In Toscana ad esempio sono nate 98 associazioni cooperative scolastiche, per 2.628 studenti: «c’è chi offre servizi di estetica, con un doppio listino per insegnanti e allieve, chi ha realizzato una campagna di rilancio dell’istituto con gadget realizzati con stampanti 3D, chi gestisce una cartoleria all’interno della scuola, chi realizza lampade con materiale di riciclo», racconta Claudia Fiaschi, presidente di Confcooperative Toscana, «è un allenamento al coraggio».

Ibridazione, innovazione, creatività, coraggio. Saper comporre interessi diversi e saper guardare le cose con uno sguardo d’insieme. Sono questi i sentieri su cui la scuola e l’università devono portare i giovani. Ricordando però una cosa: le professioni cambieranno, alcune nasceranno e altre spariranno, ma il tema vero - mette in guardia Silvano Petrosino, docente di filosofia della comunicazione all’Università Cattolica di Milano - è che «non ci sarà più una professione per tutti gli uomini, non ce n’è più bisogno». La sua è una provocazione radicale: «Cosa succederà? Se non affrontiamo questo, se non educhiamo a questo, quando avremo moltissimi ragazzi che a 35 anni guadagnano 800 euro al mese e diranno “siamo dei falliti”, sarà terribile, perché nella storia c’è sempre stato qualcuno che ha dato corpo ai falliti. Abbiamo coltivato un’idea di uomo che ha troppo identificato il compimento umano con il successo professionale. Non è così». Chi pensa di ridurre il tutto a una dimensione pseudoumanistica - parlare in pubblico, ubriacarsi di soft skills, “fare lo splendido” – si faccia da parte, per cortesia. Non ne abbiamo bisogno.

Photo by Štefan Štefančík on Unsplash

L'articolo fa parte del dossier pubblicato su VITA #06 2017, "Non profit, qui il lavoro cresce"

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