Europee, i candidati sociali

Mario Raffaelli (Azione): «La pace si costruisce, non si predica»

Decennale esperienza nella cooperazione internazionale. Raffaelli è candidato con il partito Azione per la circoscrizione Italia Nord Est. «La cooperazione deve diventare uno strumento di politica estera», dice. «E l’Europa per essere più forte deve costruire da subito una capacità autonoma di difesa comune»

di Anna Spena

Consulente in relazioni internazionali, parlamentare socialista dal 1979 al 1994 e sottosegretario agli affari esteri (1983-1989). Coordinatore dei mediatori nel processo di pace in Mozambico e presidente della conferenza di Pace- CSCE per il Nagorno Karabakh. Raffaelli è stato anche inviato speciale del Governo Italiano per la Somalia (2003-2008) ed esperto G8 per il peacekeeping 2009. Dal 2010 al 2021 ha ricoperto il ruolo di presidente di Amref – Italia e quello di vicepresidente del board internazionale di Amref – Africa, la più grande ong sanitaria del continente. Oggi è candidato con Azione, il partito fondato da Carlo Calenda, per la circoscrizione Italia Nord Est. 

Raffaelli perché ha deciso di candidarsi alle europee con Azione? E perché, già prima della candidatura alle europee, aveva assunto il ruolo di responsabile dello sviluppo della rete e di politica estera nella segreteria del partito?

Da sempre mi occupo di cooperazione e relazioni internazionali. Durante gli anni in cui sono stato nel board di Amref Africa ho incontrato Carlo Calenda, allora era il viceministro per lo sviluppo economico. Più precisamente è stato lui a contattarmi perché voleva organizzare delle missioni in alcuni Paesi africani, in particolare in Mozambico e Angola. Abbiamo collaborato, e ho trovato il suo modo di affrontare le difficoltà serio e concreto. Quando Calenda ha scelto di fondare il suo partito mi ha chiesto se fossi disposto ad entrare nel comitato promotore, e ho detto sì. Credo che Azione raccolga al suo interno le culture riformiste dei liberal democratici e dei liberal socialisti. Questo è un momento decisivo per l’Europa, mi sono candidato perché mi sembrava ingiusto non dare il mio contributo. 

Per molti anni ha ricoperto il ruolo di presidente di Amref – Italia. Ricordiamo che Amref Africa è la più grande ong sanitaria del continente. Cosa di questa esperienza nelle cooperazione sente di voler portare in Europa?

Una nuova consapevolezza in Europa, ma anche in Italia, del continente africano. L’Africa è la partita del futuro. Dobbiamo superare la visione solo solidaristica o la paura legata alle migrazioni.  

Il Patto migrazione e asilo è il risultato di quasi quattro anni di discussioni a livello europeo. Lei come valuta questo accordo?

Teoricamente alcuni passi avanti sono stati fatti, primo tra tutti quello di capire che l’immigrazione fa affrontata a livello europeo, quindi in maniera più organica. Ma nella realtà siamo ancora incredibilmente lontani da un piano risolutivo. L’immigrazione oggi è un tema troppo divisivo.

Divisivo perché continua ad essere utilizzato come strumento di propaganda elettorale? Ma sappiamo bene, numeri alla mano, che di migranti sia l’Italia che l’Europa hanno bisogno

Essere umanitari, lavorare nell’umanitario e nella cooperazione è bello. Ma l’umanitario convince solo una parte della popolazione. E questo vale per tutti i discorsi che riguardano l’Africa. Non possiamo parlare solo alla pancia e al cuore, ma anche al cervello, quindi appunto spiegare che c’è bisogno di migranti. Dopodiché è evidente che abbiamo però bisogno di un’immigrazione regolata, che non può più essere lasciata al caso. E dobbiamo anche mettere da parte le sciocche e grandi polemiche fatte per esempio sui salvataggi in mare: salvare chi sta annegando è un dovere sia morale che giuridico. Nell’immigrazione c’è sempre un prima e un dopo, due questioni che però andrebbero affrontate contemporaneamente. Parto dal dopo: una volta che le persone arrivano, in Italia per esempio, hanno bisogno di entrare in percorsi di integrazione seri, servono politiche adeguate. Inutile accoglierli se poi li lasciamo per strada. E vengo al prima: quali sono le ragioni profonde che spingono le persone a partire? L’Europa dovrebbe lavorare su questi due punti. 

Intanto però, sul tema immigrazione, una delle cose che riesce meglio all’Italia e all’Europa è esternalizzare le frontiere

Così come è fatta oggi l’esternalizzazione delle frontiere non funziona. Ma l’idea in sé non la ritengo sbagliata. Dovrebbe essere sviluppata nell’ambito di accordi globali. Oggi questa strada è però impraticabile, spesso parliamo di Paesi che non sono in grado di gestire le politiche interne. Quello che sto provando a spiegare è che una gestione comune delle frontiere potrebbe regolare i flussi evitando i drammi delle rotte clandestine. Prendiamo il caso del Memorandum con la Libia: non c’è alcun dubbio che questo non funzioni. Ma se invece di motovedette libiche che bloccano le partenza ci fosse un controllo internazionale dei flussi quanto e come questo potrebbe migliorare la gestione dei percorsi? Se nella stessa Libia ci fossero dei campi gestiti dalle organizzazioni internazionali, e non da militari libici, la vita di chi inizia un percorso migratorio forse non sarebbe così soggetta a violenze. In Niger era partito un programma sperimentale di questo tipo, poi cancellato. Un programma che a mio avviso funzionava bene:  i migranti venivano accolti in dei campi gestiti da ong e Unhcr. Avevano accesso a sanità, istruzione, percorsi di formazione. E quando veniva stabilito che potevano entrare in Europa avevano la possibilità di farlo su un aereo, anziché con i barchini. Era un progetto pilota, i numeri erano contenuti, ma ha dimostrato che poteva funzionare. Pensate se si riproponesse questo modello in tutti i Paesi di partenza. 

Perché si fa ancora così fatica a capire, soprattutto in Italia, che la cooperazione internazionale può essere un valido strumento di politica estera?

Intanto perché gran parte del mondo della cooperazione era contrario a questa idea. Uso l’imperfetto perché è un modo che non frequento da un po’. Insomma “la cooperazione non doveva essere inquinata dalla politica”. Invece secondo me la cooperazione è una parte fondamentale della politica, dipende da come la usi. Basti pensare al ruolo che ha avuto durante gli accordi di Pace in Mozambico con la Comunità di San’Egidio. Una cooperazione politica, economica, sociale e allo sviluppo. Questo ha creato un rapporto con il Paese che ancora funziona, ha favorito dialogo e stabilità. Per rimanere nel continente oggi la Cina guarda all’Africa con la lente della colonizzazione, gli Usa con la lente della sicurezza. L’Europa potrebbe fare molto di più e meglio considerandola davvero un partner alla pari supportandone lo sviluppo. 


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Lo ha citato prima: l’accordo di Pace in Mozambico, nato un lungo processo negoziale che si è svolto nella sede della Comunità di Sant’Egidio a cui lei ha partecipato come rappresentante del Governo italiano. Poi è stato anche presidente della conferenza di Pace- CSCE per il Nagorno Karabakh. Oggi invece come commenta l’immobilismo dell’Europa rispetto al conflitto tra Israele e Hamas. Il diritto internazionale umanitario, di fatto, è stato calpestato da Israele. Cosa dovrebbe fare l’Europa per fermare questa carneficina? E poi c’è anche l’altro grande conflitto, molto vicino a noi, tra Russia e Ucraina

È una questione complessa quella di oggi. Innanzitutto dei conflitti non possiamo leggere solo l’ultima pagina. I conflitti vanno ricostruiti e va ricordata la storia sia per risolverli che per coglierne le complessità. Nel conflitto tra Russia e Ucraina abbiamo più chiarezza: c’è un aggressore, la Russia, e un aggredito, l’Ucraina. Anche qui la tensione massima deve essere verso la pace, ma non quella dei pacifisti che si limitano ad evitare la guerra. Una cosa è predicare la pace, un’altra e costruirla. Da qui l’idea che è necessario lavorare per costruire da subito una capacità autonoma di difesa europea. Partendo dalla nomina di un commissario europeo alla difesa. La persone devono capire che la pace non si ottiene appunto predicando, ma costruendone le condizioni. I punti di equilibrio in un negoziato arrivano quando le parti in causa si convincono che con la forza non riescono a ottenere ciò che vogliono. Ecco perché il supporto all’Ucraina è e resta fondamentale. Il caso in Medio Oriente è molto più complesso, qui si intersecano torti e ragioni. Partiamo dal 1948 e dalla risoluzione 181, votata dall’Assemblea generale dell’Onu il 29 novembre 1947. Questa avrebbe dovuto sancire la nascita di due Stati: uno ebraico, l’altro arabo-palestinese. Per me l’origine è questa: la risoluzione fu ignorata dai Paesi arabi, Israele fondò il suo Stato, i Paesi arabi l’attaccarono. Da lì nacque la “nakba”, la catastrofe, così la chiamano i Paesi arabi, e la “guerra d’indipendenza”, come invece viene chiamata da Israele. Una guerra che fece oltre 500mila profughi palestinesi. Israele di allora era diversa però da quella che conosciamo oggi. Dal 1948 in poi sono state sistematicamente sabotate, da entrambe le parti, le soluzioni o i tentativi di rispettare quella risoluzione Onu. Tanto che all’interno della stessa Cisgiordania si è arrivati a forme illegali di colonizzazione da parte di Israele che rendono sempre più difficile la soluzione a due Stati. L’altra cosa che mi sento di sottolineare è che stiamo dimenticando un’aggressione: quella dello scorso sette ottobre organizzata da Hamas. Un’aggressione che è stata terroristica e a mio avviso realmente da genocidio, che vuol dire uccidere un gruppo etnico per quello che è, non per quello che fa. Israele ha dato una risposta che adesso è arrivata a veri e propri crimini di guerra. Perché quelli che si stanno commettendo a Gaza, e questo va detto con assoluta chiarezza, sono crimini di guerra. Il diritto internazionale comprende il diritto a reagire ma secondo un principio di proporzionalità.  Quello che stiamo vedendo è un vero e puro massacro, perciò lo chiamo crimine di guerra. Cosa può fare l’Europa? In questo momento è una potenza economica, ma non è una potenza in politica estera e neanche militare. Perciò sottolineavo la necessità di creare un esercito comune europeo. Se mancano queste due caratteristiche non sei un player che viene preso sul serio. Oggi da Israele non vengono presi sul serio neanche gli Stati Uniti, figuriamoci se l’Europa da sola può essere ascoltata. È necessario uno sforzo congiunto di tutta la comunità internazionale per fermare l’escalation, nessun escluso. Ma non è facile, la società civile israeliana, anche la più progressista, è scioccata dalle immagini del sette ottobre. Così come sono scioccanti i massacri a Gaza. 

Tre azioni da cui l’Europa deve ripartire?

Eliminare il voto all’unanimità nell’ambito del Consiglio. Questo voto è oggi utilizzato come mezzo di ricatto dei singoli Stati membri anche sui temi più delicati e urgenti, come ad esempio il sostegno all’Ucraina, producendo insoddisfacenti compromessi al ribasso. Il Parlamento Europeo deve essere dotato di poteri di iniziativa legislativa, oggi monopolio della Commissione. Un grande piano per l’Africa con l’incremento degli aiuti per lo sviluppo infrastrutturale ed economico, la sanità e l’istruzione dei nostri partner africani. 

Questa intervista fa parte di una serie sui candidati sociali alle elezioni europee, di cui sono già uscite quelle a Humberto Insolera (Pd)Rita Bernardini (SuE),  Bruno Molea (FI),  Ugo Biggeri (M5s), Antonio Mumolo (Pd),  Luca Jahier (Pd)Annalisa Corrado (Pd)Shady Alizadeh (Pd), Cecilia Strada (Pd), Lucrezia Iurlaro (Avs) e Patrizia Toia (Pd).

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Credit foto apertura agenzia Sintesi


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